Loading...

Personaggio del mese

Intervista a Federico Biagetti, chitarrista, compositore e arrangiatore, vincitore del Festival BMA 2018

“Il mio sogno? Unire la musica anglofona con la melodia italiana”

Biagetti, quando e come ha scoperto la musica e quali artisti hanno maggiormente influenzato la sua scelta di avviare la carriera musicale?
La musica per me è cominciata con mio nonno, a dodici anni. Ex musicista, mi ha fatto trovare una sua vecchia chitarra in un caldo e noioso pomeriggio di luglio. Da lì si è aperto un mondo. Mi ha insegnato i primi rudimenti, poi ho cercato di cavarmela da solo. Sono per la maggior parte autodidatta. Gli artisti per me più influenti sono Mark Knopfler, del quale ho studiato il personalissimo fingerstyle, Zucchero, il mio artista italiano preferito di sempre, tramite il quale ho conosciuto il Blues e con cui recentemente ho collaborato. Dulcis in fundo Eric Clapton, Slowhand.

Il suo primo Ep si intitola “Lucky Loser”, quali sono i temi principali e le caratteristiche musicali più significative dell’album e perché la scelta di cantare in inglese?
“Lucky Loser” è stato il mio primo esperimento completamente autoprodotto. È in inglese perché ho una forte passione per la lingua, ma soprattutto perché avevo paura di scrivere in italiano. E invece sbagliavo, alla grande. Non sono molto bravo a spiegare le canzoni, ma posso dire che tutte parlano almeno un po’ di me. Lion’s Heart, per esempio, è una canzone per esorcizzare le mie paure, i miei dubbi. Sono un tipo semplice, ma non una persona facile.

“La vittoria al Bma? Non credevo neanche mi ammettessero in finale, figuriamoci ricevere il premio per il miglior testo dalle mani di Mogol, e poi vincere il primo premio”.

Come definirebbe il suo stile musicale e qual è il suo rapporto con il testo e più in generale con la parola?
Le mie radici affondano nel Blues, ma ho sicuramente connotazioni Rock n’Roll, una passione per il Pop e per l’Indie/Pop di matrice inglese. Non riesco a definirmi con un genere solo, il mio sogno sarebbe quello di unire il meglio del vecchio con il meglio del nuovo, la musica anglofona con la melodia italiana, filtrando tutto da me stesso. Ho un rapporto strano con le parole. A volte le trovo inutili, al contempo non so essere sintetico quando parlo. Ho approcciato da poco all’italiano, ma posso affermare che quando un testo è fatto bene, noi italiani diamo veramente la birra ai colleghi inglesi o americani, nei contenuti.

Con il doppio successo all’ultima edizione del Festival BMA – Bologna Musica d’autore, con la canzone “E poi boh’”, si è aggiudicato un contratto discografico ed editoriale con Fonoprint per la realizzazione di un EP e di un videoclip. Quali emozioni ha provato e cosa si augura dalla collaborazione con questo importante studio discografico?
Non credevo neanche mi ammettessero in finale, figuriamoci ricevere il premio per il miglior testo dalle mani di Mogol, e poi vincere il primo premio. Ho provato delle emozioni strane. Non ho mai vinto niente in vita mia, è stato un momento limpido e bellissimo. Mi auguro di portare avanti il mio percorso e di collaborare attivamente con Fonoprint.

Un’ultima domanda, cosa c’è di importante nella sua vita oltre la musica e quali sono i suoi progetti per il futuro?
L’amore, la famiglia e gli amici. Può suonare inflazionato e romantico, ma per me è così. Tutto ruota attorno a questo, né più, né meno. Non esistono vittoria e felicità, se queste non possono essere condivise con chi ami. Per il futuro, beh, sicuramente avere dei marmocchietti in giro per casa che mi sfasciano le chitarre. Ma non ho fretta. Ho voglia di suonare, di viaggiare e di scrivere. Poi reset. E ripetere, ad libitum, finché campo.

”Gli artisti per me più influenti? Mark Knopfler, del quale ho studiato il personalissimo fingerstyle, Zucchero, il mio artista italiano preferito di sempre. Dulcis in fundo Eric Clapton, Slowhand”.